11 aprile 2017
Più forza al Pd per ridare senso alla parola progresso
11 aprile 2017
Paola De Micheli
Più forza al Pd per ridare senso alla parola progresso

Intervento di Paola De Micheli

Da qualche tempo a questa parte il mondo sembra voler tornare indietro.

Conquiste e diritti che pensavamo come acquisiti sono continuamente rimessi in discussione.

Il processo di integrazione europea, la società aperta, il disarmo globale, i diritti delle minoranze non sono più scelte irreversibili. Sono valori e progetti per i quali è necessario tornare a lottare, con la forza delle idee e della persuasione.

Per questo c’è una parola da riempire di nuovo di senso, la parola progresso.

Come è stato osservato autorevolmente, tra l’innovazione e il progresso esiste una differenza fondamentale: la qualità della vita e la qualità delle relazioni umane, ma anche la qualità del lavoro e il suo significato.

Quella centralità del lavoro che è in grado di dare senso e dignità all’esistenza.

Nell’arco di un decennio non ci è toccato solo attraversare la crisi economica più lunga e pesante del dopoguerra, ma abbiamo vissuto anche un profondo cambiamento culturale: una sorta di salto evolutivo nella nostra storia, introdotto dalla rivoluzione tecnologica e digitale.

L’Italia ha affrontato questi anni accidentati con difficoltà, ma anche con quella forza di reazione che le è propria, che ha già mostrato in altri passaggi cruciali della sua storia.

Dopo l’esito problematico delle elezioni del 2013, il Pd si è assunto la responsabilità di guidare il Paese in una fase politica che, con un eufemismo, potremmo definire complicata.

Il Parlamento ha affrontato una stagione segnata da una produttività e un impegno nell’approvazione delle leggi senza precedenti nella storia della nostra democrazia.

I governi a guida Pd di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni hanno operato secondo modalità e anche con stili diversi, ma tutti con l’unico obiettivo di far ripartire l’Italia, cercando di schiodarla dal circolo vizioso della bassa crescita e scarsa competitività.

Ci siamo riusciti solo in parte, ma – con tutta onestà – in questi anni non sono state avanzate proposte alternative, o progetti di riforma all’altezza dei problemi. A meno che si ritenga che la chiusura delle frontiere e il ritorno alla lira possano costituire una prospettiva per il futuro dell’Italia.

Certo, su di noi pesa la sconfitta del referendum costituzionale, respinto dalla maggioranza degli italiani, che ha evidenziato i limiti della nostra spinta riformatrice e un’esigenza diffusa di coesione rispetto alla necessaria azione di modernizzazione dello Stato.

Si può essere oggi popolari, senza essere populisti? Si può tornare a rappresentare pienamente i ceti meno abbienti, le forze sociali che non hanno beneficiato di una ripresa economica ancora troppo fragile e parziale, senza cavalcare le (spesso legittime) paure dell’elettorato?

E ancora, è possibile incarnare un’idea di progresso sociale ed economico, senza riesumare vecchie ricette politiche o chiudersi in un recinto di sterile testimonianza?

Abbiamo bisogno di un nuovo riformismo che sia rassicurante e condiviso. Rassicurante contro le paure alimentate dalle destre e dai populismi, e condiviso, ovvero capace di migliorare la vita delle persone.

Un riformismo che corrisponda alle richieste della nostra società: più merito e più protezione, a partire dal tema del lavoro 

Un’idea che vive nel Pd che sta per affrontare il congresso, in buona parte riplasmato dalla leadership di Matteo Renzi. Il quale, tra difficoltà e anche errori, ha avuto un merito: restituire centralità all’azione della politica.

Renzi non è stato un leader accomodante, ha occupato il campo con la sua carica vitale e politica, senza risparmio e neppure senza tante diplomazie.

Ha lanciato un messaggio semplificatorio come quello della “rottamazione”, ma allo stesso tempo ci ha costretti a misurarci con la realtà. Ci ha imposto di uscire dagli stereotipi di un certo conservatorismo anche di sinistra, da forme di mediazione politica e di rappresentanza sociale non più funzionali. E che oggi vanno ripensate in profondità.

Non possiamo tornare indietro, non possiamo restaurare forme di partecipazione proprie del secolo scorso. Occorre rigenerare il partito come luogo della rappresentanza collettiva e dell’elaborazione politica con strumenti nuovi. Ma per perseguire questo obiettivo, accanto a una leadership forte e legittimata, serve una classe dirigente competente e rinnovata. Quel collettivo che troppo spesso è mancato nelle ultime vicende del Pd.

Il Pd nel 2017 non può e non deve più essere considerato la somma di due tradizioni politiche del ‘900: tutti siamo chiamati al dovere di pensarci come la maggioranza dei nostri iscritti, come nativi di un partito nuovo.

Il nostro congresso è un’occasione fondamentale per compiere un passo in avanti in questa auto-consapevolezza. Anche per questo ho deciso di sostenere la proposta di Matteo Renzi, insieme al Ministro Maurizio Martina e ad altri amici e compagni, convinti che la sinistra abbia bisogno di una nuova cultura e di una nuova identità nel Pd.

Una forza di governo, responsabile, popolare, di sinistra deve misurarsi con questi temi nel congresso che ci attende. Sono i temi che danno consistenza e profondità alla parola progresso di cui accennavo all’inizio.

Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo, è la massima forse più nota del Mahatma Gandhi. Oggi più che mai è il momento di farla nostra.
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